Architettura bioclimatica sempre
(Aprile 2026) – Fin dall’inizio della sua carriera, l’approccio progettuale di Giuseppe Tortato si radica nella ricerca sull’esperienza sensoriale e sulla sostenibilità ambientale, posizionando l’essere umano e la natura come assi portanti dell’architettura. Elementi naturali vengono intenzionalmente incorporati negli spazi interni per favorire un abitare bioclimatico, che sfrutta l’orientamento solare, la ventilazione naturale e i materiali performanti per minimizzare l’impatto energetico.
Trasferitosi ad Amherst (Massachusetts) dopo la laurea, Tortato collabora con un allievo di Paolo Soleri, che, come il maestro, applica il principio “dell’arcologia”, un concetto che fonde architettura ed ecologia per creare insediamenti in armonia con la natura e l’ecologia urbana.
Rientrato a Milano nel 2012, fonda il suo studio multidisciplinare e realizza progetti emblematici che precorrono i tempi, come la riqualificazione degli ex complessi industriali situati nel Certosa District di Milano, oppure la sede AB Medica (finalista al The Plan Award) a Cerro Maggiore o le ville bioclimatiche a Rho, che dimostrano una perfetta fusione di tecnologia, storia locale e paesaggio.
Si tratta di edifici pubblici e privati basati su principi bioclimatici: design passivo, integrazione paesaggistica e autosufficienza energetica.
Dalla tua biografia emerge che hai lavorato nello studio di uno dei primi discepoli di Paolo Soleri. Come l’hai conosciuto?
Finita l’università, mandai tre curriculum: uno al Nord, uno al Centro e uno al Sud degli Stati Uniti e tutti risposero. Due studi dissero “grazie, ma non ci serve”, mentre quello di Tullio Inglese, un italiano fuggito bambino durante la guerra, carpentiere e poi collaboratore stretto di Soleri nel Massachusetts, mi prese. Aveva creato un avamposto delle idee di Soleri, tra Boston e New York, tra i boschi di acero. Mi era stato proposto di andare a lavorare da Paolo Soleri in Arizona, ma per ragioni amorose tornai in Italia… e me ne pento ancora oggi.
Che esperienza ti ha lasciato quel periodo? Ti ha influenzato il pensiero di Soleri?
L’ho capito vent’anni dopo. Mandai quei tre curriculum a caso, come lanciare sassi, e atterrai proprio lì, senza sapere chi fosse davvero Soleri. Facevamo architettura bioclimatica: case di legno nei boschi, con la bussola per orientarle al sole. Eravamo immersi nella natura. Il Massachusetts mi era apparso come un luogo fuori dal tempo, con gente che viveva come nel 1800. Spesso mi domando se Soleri mi abbia influenzato o se quella filosofia fosse già dentro di me. Il concetto di comunità e l’autocostruzione artigianale li ritrovo in tutti i miei progetti, adattati al contesto italiano.
Ci sono stati altri incontri formativi che hanno segnato la tua carriera?
Un altro momento chiave fu alla Biennale, quando vidi le opere di Richard Serra. Entrai in quegli spazi e capii la potenza delle pareti curve, quasi tangibili, la forza del movimento degli elementi. Questa enfasi organica si è sommata alla filosofia di Soleri: nei miei lavori non ci sono mai automobili in vista – i parcheggi sono sempre ipogei –, c’è artigianalità vera. Vivo male le mode imposte, come l’attenzione “commerciale” alla natura. L’arte di inserire il verde negli spazi è un regalo essenziale, per sé e per chi li usa. Il verde obbligatorio è una magra consolazione: è aggiunto, non sentito.
Dunque, temi che l’architettura bioclimatica diventi solo una moda?
Lo è già stata. Vent’anni fa, durante le cene nel mio edificio della Forgiatura realizzato nel 2013, tutti mi chiedevano: “Perché ha realizzato questo edificio con queste caratteristiche di sostenibilità così presto?” Perché per me era l’unico modo. Il complesso La Forgiatura a Milano, in passato un’area produttiva per componenti in acciaio, è stato riconvertito in business park: abbiamo recuperato gli edifici esistenti, affiancati da nuovi volumi vetrati immersi nel verde, con una “collina artificiale” che nasconde gli impianti e un grande parcheggio interrato.

La Forgiatura, via Varesina 158, Milano. 2009-2013.
La Forgiatura è stata solo l’inizio della riqualificazione di un’ampia area del quartiere Certosa District di Milano che ti ha visto protagonista. Come si inseriscono in questo contesto gli altri due edifici che hai progettato: la Sede Econocom (2018) e l’headquarter Sandvik (2020)?
Questi due interventi si inseriscono nel campus della Forgiatura come edifici compatti, luminosi e fortemente vetrati, che riprendono colori e geometrie del contesto e usano grandi capriate metalliche “a ponte” per creare una hall interna continua, permeata da luce naturale e verde. L’edificio della Sandvik si inserisce nel solco progettuale che da anni ha caratterizzato l’attività del mio studio: realizzare edifici che non nascano da una forma a priori ma si sviluppino geometricamente, in rapporto con il sole, arrivando a risultati spesso sorprendenti.

Sede Sandvik, via Raimondi, Milano. 2016 ???
Il verde e la bioclimatica sono dunque le componenti più significative dei tuoi progetti. Come lavori con i paesaggisti?
Concepisco il progetto come una “polifonia controllata”: io come direttore d’orchestra, di paesaggisti e artigiani. Nei miei progetti, la bioclimatica è alla base: studi di massa, orientamento solare, ombre, murature, terra. Amo il passivo, come i camini nordafricani che durano secoli. Quando studio il concept dei miei progetti, passo dei mesi a studiare il sole e le stagioni; questo, secondo me, è essenziale. È emblematico il caso della villa che ho costruito a Rho: ha solo tre finestre esterne, come in una domus romana; è un’architettura introversa; pareti termiche; gli interni organizzati sull’asse eliotermico: luce in camera al mattino e nella zona giorno. Ho adottato lo stesso principio per il nuovo headquarter di SIT a Padova che ha previsto soluzioni intelligenti per il controllo termico e la misurazione dei consumi; sul Lago d’Iseo, ho progettato una villa a forma di “corallo” per ottenere una vista sul lago migliore e una luce ottimale. Tutti gli edifici che costruisco reagiscono al contesto climatico.

Sede SIT Group, via delle Industrie 31, Padova. 2020.
Oltre alla sensibilità ambientale, i tuoi progetti si concentrano anche sul benessere psicofisico dell’utente nell’ambiente di lavoro.
Certamente. Il progetto della Sede AB Medica a Cerro Maggiore (2015) impiega un’impiantistica all’avanguardia, dotata di impianti tecnologici che sfruttano energie rinnovabili, quali la geotermia e il solare fotovoltaico. Il volume, una grande piastra orizzontale, è scolpito alla base da grandi setti inclinati in calcestruzzo a vista, mentre al livello superiore, l’architettura diviene più aerea e luminosa. In questo piano, libero e completamente vetrato, sono distribuiti gli uffici open space dove gli elementi strutturali vengono limitati attorno a patii triangolari e lungo il perimetro irregolare. Il tetto è dotato di forti aggetti con funzioni di schermatura solare ed è caratterizzato dalle bucature triangolari dei patii che garantiscono il comfort di un’illuminazione naturale diffusa su tutto il piano operativo.

Sede AB Medica, via delle Industrie 31, Padova. 2020
Per la riqualificazione dell’Arcadia Center, la nuova sede Volkswagen situata nel quartiere gallaratese di Milano (2020), ho voluto recuperare la dinamicità dell’impianto architettonico originale, in una struttura totalmente nuova dal sinuoso design esterno e dai contenuti tecnologici. Racchiusa in un involucro caratterizzato dal contrasto tra il bianco dei fascioni curvilinei e il grigio antracite dei volumi spigolosi, all’interno ospita spazi flessibili in grado di favorire il benessere di coloro che lo abitano. L’utilizzo di elementi come aria, luce e verde quasi come veri e propri materiali da costruzione crea un edificio dalla forte sostenibilità umana, in grado di garantire anche un basso livello di impatto ambientale, che gli ha consentito di ottenere la certificazione LEED Silver.

Sede Wolkswagen Leasing & Bank Gmbh, via Grosio 10.4, Milano. 2017.
Oltre all’aria, alla luce e al verde, quali materiali preferisci?
Amo i materiali che resistono nel tempo come, per esempio, lo zinco-titanio che dura cento anni. Corten o cemento richiedono manutenzione; credo che l’invecchiamento del materiale debba essere gradevole. Non conosciamo la resa nel tempo di molti materiali nuovi. Mi piace il materiale ceramico perché resiste al passare del tempo; tuttavia, non l’ho mai utilizzato per gli involucri esterni, perché non mi piace il modulo ripetitivo; preferisco le piastrelline che riflettono la luce meravigliosamente. Vorrei realizzare un sistema ceramico senza effetto “lastra appesa”, più integrato.
