Cappella della Sacra Sindone, Torino, 2018
(Febbraio 2026) | GMS studio associato considera l’illuminazione come un fatto culturale prima ancora che tecnico, la luce pensata per i cittadini e per le persone che abitano gli spazi.
“La luce è in grado di trasformare uno spazio, per cui noi abbiamo in mano uno strumento di progettazione importante perché possiamo cambiare completamente la percezione e la fruizione di un luogo. Un’illuminazione non consona a quella tipologia di contesto diventa respingente. La luce va modulata per ogni luogo”, spiega Margherita Suss, co-fondatrice di GMS Studio Associato, nota per la sua esperienza nella progettazione di soluzioni illuminotecniche per hotel, interni ed esterni.
Quando nasce GMS e perché si è specializzato proprio nella progettazione illuminotecnica?
Con Ruggero Guanella e Marco Montani ci siamo incontrati lungo un percorso comune: al termine dei nostri studi, tutti e tre avevamo approfondito il tema dell’illuminazione, seppur da prospettive diverse. Marco si era concentrato sulla luce naturale, io sull’illuminazione artificiale, mentre Guanella si era specializzato nella progettazione impiantistica. L’occasione di collaborare a stretto contatto a progetti comuni ci ha fatto comprendere quanto fosse fondamentale un approccio consapevole, multidisciplinare e approfondito all’illuminazione, sia negli spazi interni sia in quelli esterni.
Nel 1996 la mia tesi sull’illuminazione artificiale è stata la prima discussa presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano su questo tema; l’anno precedente, Marco Montani aveva presentato una tesi dedicata alla luce naturale. Si è trattato delle prime due tesi del Politecnico riconducibili al lighting design. Fin dall’inizio, il nostro obiettivo è stato quello di integrare il progetto illuminotecnico sin dalle fasi iniziali del concept architettonico o urbanistico, arrivando anche a soluzioni illuminotecniche in cui la luce artificiale fosse presente senza essere direttamente visibile. Nel tempo, tale intuizione si è consolidata e ci ha portato a concentrarci in modo sempre più mirato sullo studio della percezione dello spazio attraverso l’illuminazione.
Cosa significa?
Lo studio della percezione cognitiva umana consente, attraverso l’illuminazione, di valorizzare uno spazio, ampliandone la percezione, dilatandone i confini o mettendone in risalto specifici elementi, sia negli ambienti esterni sia in quelli interni. Il nostro lavoro nasce sempre da un’analisi attenta del contesto e delle esigenze funzionali ed emozionali che lo caratterizzano. Per questo ritengo che l’illuminazione non debba essere considerata dagli architetti come una competenza “specialistica” separata, ma come una componente integrante della disciplina progettuale fin dalle sue prime fasi.
Illuminazione pubblica Ortigia, Siracusa, 2015
Quindi ritieni che ci sia una separazione di competenze, quasi che l’architetto e l’illuminotecnico fossero due figure completamente differenti, mentre invece tu sostieni che la luce debba essere pensata insieme al progetto?
È fondamentale riconoscere il valore delle competenze. Il nostro studio è composto da circa trenta professionisti tra architetti, ingegneri, geometri e periti informatici, ma ciò che fa davvero la differenza è l’interdisciplinarità. Al tavolo della progettazione devono convivere saperi diversi per poter raggiungere il miglior risultato possibile. Oggi non è sufficiente avere accesso alle informazioni, che sono ormai alla portata di tutti: è necessario un confronto reale tra competenze specialistiche.
Quando, ad esempio, si affronta l’illuminazione di un paesaggio o di un contesto naturale, il dialogo con un esperto paesaggista diventa imprescindibile. Un’esperienza particolarmente significativa in questo senso è stato l’aggiornamento del progetto definitivo di illuminazione del Ponte sullo Stretto di Messina, che ha rappresentato un’importante occasione di sperimentazione. In questo contesto abbiamo lavorato a stretto contatto con specialisti della fauna, del paesaggio e del clima, confrontandoci con una molteplicità di criticità che hanno inevitabilmente orientato le scelte progettuali.
La progettazione della luce resta tuttavia centrale anche alla scala degli interni, dove spesso non si considera come l’illuminazione funzionale possa essere discreta, integrata e dialogare efficacemente con quella decorativa.
Quindi l’illuminotecnica non è una scienza matematica…
L’illuminotecnica non è una scienza in senso stretto, bensì una disciplina. Se fosse una scienza, disporremmo di una soluzione univoca per ogni esigenza; al contrario, si fonda su un insieme di tecniche che utilizzano grandezze fotometriche misurabili, quindi numeri. Tali valori rappresentano una rassicurazione, dei parametri certi di riferimento: conosciamo il flusso luminoso emesso, il livello di illuminamento che raggiunge una superficie, la luminanza – unica grandezza realmente percepita dall’occhio umano – e l’intensità luminosa in una determinata direzione. Tuttavia “i numeri” assumono significato solo all’interno di un contesto percettivo, che li mette in relazione con la sensibilità visiva dell’essere umano. Se ci limitassimo ad essi, parleremmo esclusivamente di potenza, di watt, considerando la luce come una semplice forma di energia radiata. In realtà nell’illuminotecnica utilizziamo un’altra unità di misura, il lumen, ovvero una potenza “pesata” sulla base della sensibilità spettrale dell’occhio umano e della nostra capacità di percepire lo stimolo luminoso. L’illuminazione, dunque, non è solo un fatto tecnico: è un’esperienza percettiva e, prima ancora, un fatto culturale. Se noi architetti non ne riconosciamo il ruolo ed il valore nella progettazione e la riduciamo a un mero impianto di distribuzione elettrica, perdiamo un’occasione di grande valore.
Quali competenze dovrebbe avere il progettista illuminotecnico? Il lavoro che tu fai come professionista è un controllo delle fonti luminose di tutti i tipi?
Si tratta di individuare con precisione le esigenze percettive di ogni singolo metro quadrato dell’area da illuminare, in relazione alle diverse funzioni previste, modulando intensità della luce, temperatura di colore e direzionalità del flusso luminoso. Il progetto illuminotecnico deve inoltre prevedere una regolazione attiva dell’illuminazione, capace di dialogare con le scelte progettuali: materiali di grande qualità estetica possono infatti essere ulteriormente valorizzati dalla luce, che ne esalta la preziosità, la matericità e le caratteristiche espressive.
Dunque, non si tratta solo di illuminare un ambiente, ma di modellare la luce in modo che dialoghi con le superfici, i materiali, come per esempio la ceramica?
L’inserimento dei diversi materiali in un progetto richiede soluzioni illuminotecniche mirate, in grado di valorizzarne le caratteristiche, dai più porosi ai più lisci e riflettenti. Il materiale scelto dall’architetto può così essere esaltato attraverso l’illuminazione. Nel caso del Tabarka Beach Hotel, ad esempio, abbiamo collaborato con i progettisti già nella fase di concept per definire la disposizione delle lame del materiale, utilizzando corpi illuminanti miniaturizzati realizzati su misura. Negli interni, l’illuminazione invisibile è stata realizzata mediante installazione di apparecchi customizzati, con materiali che possono essere illuminati o trasformarsi essi stessi in fonte luminosa.
Tabarka Beach Hotel in Tunisia, 2013 – 2015
Questo discorso vale anche quando illuminate le città? Anche in questo caso fate un’analisi di contesto luminoso? Illuminare città come Milano o Venezia è diverso?
Abbiamo avuto l’opportunità di lavorare al progetto illuminotecnico della città di Venezia diversi anni fa. Questa esperienza è stata particolarmente significativa perché Venezia è stata tra le prime città a compiere la transizione dalla tradizionale illuminazione alle sorgenti a LED. All’epoca il tema non suscitava grande attenzione: il lavoro si è rivelato tutt’altro che semplice. Pur disponendo di conoscenze tecniche solide, normative e linee guida, la loro applicazione in un contesto complesso come quello veneziano risultava particolarmente sfidante. Venezia è, in fondo, una città dal buio prezioso, e la nostra sfida consisteva nel modulare i valori illuminotecnici su livelli sensibilmente più bassi, in armonia con il peculiare contesto. Diversamente, in città come Milano, molto più illuminate, il compito è quello di riuscire a modulare l’illuminazione affinché anche le valorizzazioni architetturali possano costituirsi come accento luminoso, se richiesto. In ogni caso, l’illuminazione urbana ha la capacità di mettere in luce i caratteri di una città e di definire la propria identità.
Illuminazione pubblica di Venezia, 2013
Cosa significa progettare la luce in modo sostenibile?
Significa considerare l’intero ciclo di vita dell’installazione, compresa l’origine dei materiali e il loro trasporto. Ma implica anche valutare l’impatto della luce artificiale sulla natura e sui ritmi circadiani degli esseri viventi. Come dico sempre, il nostro approccio è “light for life”, luce per la vita. Questo principio è anche quello che ha guidato il progetto di illuminazione dei Sacri Monti di Varallo, Crea e Domodossola. All’interno delle singole cappelle era necessario un equilibrio tra luce narrativa e valorizzazione degli spazi, mentre all’esterno si rispettava il buio dei contesti naturalistici. Abbiamo affrontato con grande attenzione l’inserimento dei corpi illuminanti, rispettando al contempo il luogo sacro e quello naturale.
Sacro Monte di Varallo (VC), 2013
Hai avuto a che fare però anche con gli spazi islamici illuminando una moschea, poi avete illuminato anche il Presepe in Vaticano e la Cappella della Sindone a Torino.
Due anni fa abbiamo curato l’illuminazione del presepe in piazza San Pietro, creando scenari luminosi diversificati resi possibili grazie a regolazioni specifiche. È stata un’esperienza di grande emozione. Per la Moschea, invece, la luce mette in risalto la bellezza dei materiali, mentre a Torino abbiamo valorizzato la composizione architettonica del Guarini, esaltandone i dettagli attraverso giochi di contrasto luminoso.
Cappella della Sacra Sindone, Torino, 2018
Quindi il modo di progettare la luce di GMS è estremamente interessante, in cui il racconto visivo si combina con la tecnica. Utilizzate l’intelligenza artificiale?
Sono una persona naturalmente curiosa e appassionata, oltre che del mio lavoro, di lettura e arte, esercizi mentali che considero fondamentali per stimolare le idee. Non nutro alcuna resistenza verso l’intelligenza artificiale; anzi, la vedo come una svolta paragonabile all’avvento di internet, uno strumento che permette di svolgere molte operazioni in modo più rapido ed efficiente, e che dovrebbe offrire dunque l’opportunità di avere più tempo per compiere attività di valore. Allo stesso tempo, continuo a prediligere il disegno a mano libera, che mi consente di tradurre le idee concettuali in forma visiva in modo immediato. Credo che l’era digitale offra la possibilità di controllare ogni aspetto del progetto, dalla gestione degli scenari alla regolazione e modulazione dei dettagli. Ciò che è fondamentale è sempre l’onestà intellettuale con cui ci si approccia e lo studio costante che permette la giusta consapevolezza in ogni aspetto del processo progettuale.
Intendi poter mutare gli scenari luminosi nel corso della giornata?
La luce è fondamentale perché accompagna il nostro ciclo circadiano, che segue i ritmi naturali del giorno. Durante la giornata, infatti, il nostro organismo è esposto a variazioni di luce che si modulano naturalmente: al mattino la luce ideale negli ambienti interni è leggermente più fredda, mentre al tramonto tende a diventare più calda. Questo principio vale anche all’aperto, dove l’illuminazione può essere regolata in funzione delle diverse ore serali.
New Doha Oasis Hotel, 2015
Quindi credi che la luce debba essere ripensata per le persone che abitano gli spazi?
Il nostro lavoro di architetti consiste nel valorizzare gli spazi, e la luce gioca un ruolo fondamentale nel favorire il benessere psicofisico. Un esempio concreto è stato il progetto di illuminazione realizzato per la fondazione TOG in via Livigno a Milano, che supporta bambini affetti da malattie neurodegenerative rare. Per noi, la luce è uno strumento di ottimizzazione dell’esperienza umana, capace di valorizzare sia gli interni sia gli esterni, migliorando il modo in cui le persone percepiscono e vivono gli spazi. Ogni contesto ha la propria peculiarità: nei centri commerciali la luce assume un’importanza notevole, se eccessiva, artificiale e fredda, genera un senso di disagio. La temperatura di colore della luce influisce sulla loro percezione e così, anche una fragola esposta in un supermercato, appare più invitante e fresca sotto una luce fredda e meno naturale sotto tonalità di colore calde.
Barzani Memorial Center, Iraq, 2013
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